NONA PARTE-DUE DI ASSO HIMALAYA

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Püsséé in sü

[29th May 2009] A volte mi capita di essere travolto da
un dejavù, una sensazione stranissima che mi dà un improvviso senso
di vertigini e mi confonde la visione del mondo. Spesso mi pare di
vivere qualcosa che ho già visto nei sogni ma altrettanto spesso mi
succede quando un numero incredibile di coincidenze, a cui non
credo, mi si manifestano tutte assieme davanti lascandomi stupisco
e sconcerto dalle trame complesse della vita.
 Prima di partire abbiamo chiesto al Signor Caronti,
titolare dell’azienda PuntoComo, di realizzare una preghiera di
stoffa utilizzando le tecniche ed i vecchi telai di Gegia Bronzini,
una delle più famose artiste tessili comasche del passato. Volevamo
qualcosa di veramente rappresentativo per il tessile comasco in
grado di ribadire la nostra tradizione. Al progetto ha partecipato
anche la signora Lalla Borzatta che ha coinvolto anche il vulcanico
e carismatico fratello Riccardo Borzatta, famoso poeta dialettale
comasco.
 Il risultato è una bandiera di stoffa molto speciale che
mischia tessuti diversi e filati metallici su cui è riportata una
poesia nel nostro dialetto. Ero molto felice di avere partecipato
alla creazione di quest’oggetto e mi lusingava l’idea di portarmelo
in cima ai monti.
 Prima della nostra partenza è però successo un evento
molto triste che ha toccato molto profondamente la città di Como, è
venuto a mancare, travolto dalla malattia, “Gianni del Sociale”, il
titolare di uno dei più antichi ristoranti di Como. Io non lo
conoscevo di persona ma Enrico ne era molto amico ed è stato molto
colpito. L’ho accompagnato al funerale dove, sotto una fredda
pioggia, ho trovato una folla enorme. Tutti parlavano di Gianni
come di una persona speciale che aveva un sorriso per tutti.
Qualche sera più tardi abbiamo cenato con il Signor Riccardo
Borzatta ed anche lui ne era un buon amico e me ne ha parlato con
grande affetto e commozione.
 Quando abbiamo raggiunto il passo Kangmaru La, a 5200
metri, ho appeso al palo votivo che dominava il passo la bandiera
di Gegia Bronzini con la poesia in comasco. Era il punto più alto
del nostro viaggio attraverso la valle del Marka ed quello più
adatto a quello bandiera. Qualche attimo dopo è arrivato Enrico,
era stravolto ma sembrava avere un unico pensiero a cui dedicare le
sue ormai scarse forze.
 Dallo zaino ha estratto una piccola foto di Gianni e mi ha
raccontato, tra un affanno e l’altro, che aveva promesso al suo
amico che lo avrebbe portato con lui nel punto più alto del suo
viaggio. Sapevo che Enrico aveva fatto visita a Gianni in ospedale
poco prima della sua scomparsa ma non sapevo nulla ne della sua
promessa ne della foto.
Un po’ confuso e stupito non sapevo cosa fare e sono riuscito
solo a dirgli: “Tra le bandiere, appoggia il tuo amico Gianni tra
le bandiere che stia al caldo e al riparo dal vento mentre si gode
il panorama.” In quell’attimo surreale Enrico mi ha semplicemente
risposto:“Hai ragione, è un ottimo posto!”
 E’ stato gardandolo chino tra le bandiere che posizionava
con affetto la foto del suo amico scomparso che ho avuto quello
strano senso di vertigini. Quel mezzo matto di Enrico aveva stretto
i denti per ore camminando stremato per mantenere una promessa ed
ora si trovava lì, con una foto in mano sotto una preghiera che
rappresentava Como con una poesia scritta in dialetto comasco da
un’altro caro amico di Gianni. Ho ripensato alla folla al funerale,
a tutti gli articoli di giornale dedicati a Gianni e tutti quelli
che me ne hanno parlato come una delle persone più buone e
compiante di tutta Como. Ma ciò che sgomenta è il testo della
poesia che sembra scritto quasi con chiaroveggenza apposta per
Enrico, il suo amico Gianni e quella strana ed unica situazione a
5200 metri nell’Himalaya:

Dopo la rampegàda , mì
a ma sa fermì chì
parchè ga la  fù  pü
A vèss sü chì sa sént
che chì cumanda ‘l vènt
che ‘l sbràgia ma l’è bun
Al ga pensarà lüü
a bufà püsséé in sü la mia uraziün

Non so cosa sia successo lassù, cosa abbia realmente visto ma
era qualcosa di speciale e delicato di cui sono stato un semplice
testimone, piccola comparsa per lo più spettatore di un disegno che
sembrava molto più grande. Un pezzo di stoffa ed una piccola foto
che realmente sono diventati un profonda e possente preghiera che
l’impetuoso vento che calava freddo dallo Kang Yaze sembrava
portare verso il cielo. Una sensazione strana che ancora oggi mi
lascia confuso e commosso.

Enrico ha scritto qualche riga che riporto qui fedelmente per
chiudere questo mio piccolo scritto: Circa un mese fa ho fatto
una promessa ad un amico e per quelli come me le promesse sono
sacre! Tre giorni fa ho affrontato una delle prove più faticose e
impegnative della mia vita, salire su una montagna di 5200 metri, e
per uno che non ha esperienza di alpinismo e’ una fatica
immane.
Ad ogni metro guadagnato vieni ricompensato con la sempre
più mancanza di fiato, le energie ti abbandonano e la testa fa
pensieri strani e surreali. Ma l’unica cosa che non mi mollava era
l’idea della promessa che ti avevo fatto, portarti su quella
vetta!
Bene dopo dieci ore di marcia ci sono riuscito, stremato con
il naso che sanguinava e le gambe tremanti sono arrivato alla vetta
e li ti ho messo tra le preghiere di stoffa che recitano la loro
benedizione al mondo, con lo sguardo rivolto su quello che io credo
sia il panorama più glorioso che io abbia mai visto!
Sicuramente il posto più in alto e più vicino a Dio che io
possa mai raggiungere a piedi. E se qualcuno lassù ha qualcosa da
obbiettare per il tuo arrivo, tu digli che metà del viaggio l’ho
offerta io!
Sempre nel mio cuore
Enrico

Indiana Enrico ed il monastero
perduto!!

[31st May 2009] Monasteri, stupa, templi e moschee. Nel
nostro viaggio abbiamo visitato i luoghi di culto delle più
disparate e disperate religioni. Qualcuno ben conservato, qualcuno
trasformato in una piccola Gardaland ma molti, purtroppo, in rovina
o addirittura semi-distrutti. Se devo essere onesto i miei
preferiti sono questi ultimi.
 I monasteri sono ed erano luoghi di aggregazione religiosa
e culturale molto importanti ma, alla luce del secondo millennio,
conservano ai miei occhi più un fascino sociale che mistico, sono
certamente impregniate di magia ma è molto difficile riuscire a
scorgerla. Se siete a caccia di monaci volanti o altre diavolerie
da B-movie non potrete che rimanere delusi, al contrario, se sapete
cosa state cercando, può rivelarsi un posto molto interessante.
 Come vi dicevo i miei preferiti sono quelli abbandonati e
mezzi distrutti. Non interessano ai turisti e di solito sono troppo
isolati e pericolanti perché qualcuno ci si avventuri in cerca di
cimeli. Tuttavia, con qualche precauzione, è possibile scoprire
molte cose sul loro passato e sulle persone che lo abitavano.
Ovviamente se non vi crolla tutto addosso o non precipitate
attraverso un pavimento.
 Uno dei miei preferiti si trova nel Marka sopra una
piccola altura, completamente abbandonato. Non era uno di quei
monasteri dove si trovano le grandi statue del Buddha o i magnifici
dipinti di divinità o demoni, era probabilmente una vecchia
fortezza riadattata per diventare un riparo per un gruppo di monaci
nella valle. Credo fosse una fortezza in tempi antichi perché aveva
un unica via di accesso attraverso una piccola rampa, ora in parte
crollata, e dominava il territorio sottostante arroccata su alte
pareti a strapiombo su cui correvano terrapieni che ne aumentavano
l’altezza.
 Quando abbiamo superato la rampa siamo entrati in un
minuscolo cortiletto e da qui, attraverso strette porte, siamo
entrati nel cuore della struttura. Le stanze, basse e spoglie,
conservavano ancora molte tracce della vita che si svolgeva al suo
interno. Si poteva infatti individuare le cucine grazie al
focolare, ad una specie di forno e alla quantità di vasellame e
piatti in frantumi ed abbandonati nella stanza. Altre stanze,
ancora più piccole, potevano essere adibite a dormitorio e forse
alcune anche a piccole celle di ritiro per i monaci. Stanze più
ampie attraversate da colonnati potevano essere spazi comuni o
luoghi di preghiera, qualcosa di molto simile a quanto incontrato
in altri monasteri.
 Di tutte queste stanze una ci ha appassionato in modo
particolare: una specie di piccola torre raggiungibile grazie ad
una ripida scala di sasso posta a lato di tutto l’edificio e a
strapiombo sulla valle. Sembrava abbastanza pericolante ma siamo
saliti lo stesso spinti dalla curiosità per i tanti oggetti che
ancora erano presenti.
Sul pavimento erano infatti sparsi utensili molto simili a
quelli da cucina, molti vasi, ed alcuni fornelli. Non capivo che
cosa potesse servire una seconda cucina in una parte tanto isolata
dal resto del monastero.
 Frugando tra le tante cose impolverate sul pavimento è
apparsa una piccola cesta di paglia ormai consumata dal tempo, si è
sfasciata al solo afferrarla lasciando cadere il suo strano
contenuto. All’interno si trovavano infatti dei piccoli panetti
gialli che si sono rivelati essere zolfo. I panetti sembrano essere
stati realizzati sciogliendo lo zolfo fuso, o comunque allo stato
liquido, all’interno di formine rotonde.
 So che a nord di Skiu, in alta quota, si trova una piccola
sorgente di acqua calda ed è probabilmente da lì che proveniva
quello zolfo. La domanda era: “Che ci fa un sacco pieno di
panetti di zolfo in una cucina?”. La risposta è semplice
“Nulla, perché non è una cucina”.
 I nostri monasteri erano spesso il luogo dove la cultura
incontrava la scienza e la tecnologia e non ho dubbi a credere che
lo stesso avvenisse anche per i buddisti. La parola che più mi
risuonava in testa guardando quella stanza era
“alchimista” e probabilmente era il laboratorio di uno o
più monaci dediti a qualche pratica di tipo scientifico o magico.
La torre dei maghi o per lo meno dei dotti in qualche disciplina
legata alla chimica o alla medicina. Un ipotesi molto
affascinate.
 Non ho idea di cosa potessero servire quei panetti di
zolfo ma non credo fossero utilizzati come combustibile o simili e,
a giudicare dai mortai in sasso ancora presenti, erano
probabilmente sbriciolati ed utilizzati come componente per qualche
intruglio. Enrico si è dato da fare a cercare la pietra filosofale
tra quelle cianfrusaglie ma non è riuscito a trovare nulla.
 Un ultimo particolare, forse inquietante lasciando correre
l’immaginazione, erano delle strane croci di legno che abbiamo
trovato nel piccolo cortile. Le croci, realizzate con sottili
bacchette di legno, avevano le estremità dei bracci unite da
sottili cordicelle, credo di lana o di qualche tipo di filato, che
formavano rombi concentrici. Non sembrava uno strumento per filare
o tessere perché troppo fragile e su ogni croce c’era lo stesso
numero di fili e nulla più. Sembrava una specie di “acchiappa
sogni” o comunque qualcosa legato a qualche rito piuttosto che
ad uno scopo pratico. Mi ricordavano tanto le bamboline che faceva
la strega di Blair prima di ammazzare le sue vittime e per questo
motivo, oltre ovviamente al dovuto rispetto per un luogo di culto,
mi sono guardato bene dal tenermene una anche se mi piacerebbe
scoprirne lo scopo.
 Ma ormai era tardi e tra il laboratorio dell’alchimista e
le croci misteriose si era fatta ora di tornare al campo e
prepararsi per la notte, sempre sperando che la cugina tibetana
della strega di Blair non si fosse offesa per l’inconsueta
incursione dei due assesi tra le rovine del monastero
dell’alchimista buddista. Per ora sembra di no, vedremo …

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