SETTIMA PARTE -DUE DI ASSO HIMALAYA

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LifeGate Radio in Ladakh

[18th May 2009] Ieri sera, una delle nostre ultime
notti in Leh per un po’, siamo stati accompagnati da Alfat a
visitare un piccolo museo privato di proprietà di un anziano del
luogo.
 Utilizzo la parola museo solo per l’incredibile valore di
ciò che quella modesta casa custodisce, non è un luogo accessibile
a tutti, specie nella sempre più turistica Leh.
 Alfat è un musulmano che vive la propria religiosità in un
modo estremamente positivo  che lo ha portato ad avere
buonissimi rapporti con molti degli anziani buddisti e tibetani
della zona.
 E’ un mio coscritto, ha 33 anni, ed è un uomo
obbiettivamente bello, credo che più di una ragazza tra le mie
amiche rimarrebbe affascinata. Ci siamo incontrati per caso tra i
bazar dove gestisce un piccolo shop di oggetti antichi. Io l’ho
trovato subito una persona molto interessante con un approccio
completamente differente dagli altri mercanti musulmani che
affollano Leh cercando di rifilarti qualcosa.
 Sebbene tanto distanti i due coscritti si sono ritrovati
simili in molte idee ed è stato facile guadagnarsi la reciproca
fiducia. Per noi è stato un incontro fortunato che ci ha dato la
possibilità di comprendere molto di questa regione.
 Ieri sera infatti ci ha portato a visitare la casa di un
anziano tibetano, di cui non vi dirò nulla per mantenere il
riserbo, dove sono custoditi degli oggetti incredibili. Nulla di
sfarzoso ma qualcosa che appartiene alla tradizione e che potrebbe
benissimo stare in un museo.
 Pezzi antichi di oltre 500 anni, tramandati di generazione
in generazione e che fanno parte di quei pochi tesori che i
profughi tibetani riuscirono a portare dal proprio paese.
 Ero molto emozionato perché l’atmosfera era molto
particolare e mentre stavo traducendo per Enrico la storia di
quelle stoffe di preghiera suona il cellulare in cui abbiamo
inserito la scheda telefonica indiana.  Come potete immaginare
qui non riceviamo molte chiamate e, nell’imbarazzo, mi sono
affrettato a rispondere.
 L’anziano rideva perché il telefono per lui è una novità e
visto che serve per parlare con le persone lontane per lui, che era
li vicino, non era affatto un problema che rispondessi. Forse
voleva addirittura salutare chi ci stava chiamando!!!
 Appena apro la conversazione sento: “Ciao Davide, sono
Claudio di Lifegate Radio. Ti va di raccontare il vostro viaggio ai
nostri ascoltatori?”.
 Bene, la mia prima volta in radio la faccio a 4000 metri
di quota in mezzo a tesori tibetani vecchi di secoli celati nel
cuore del Ladakh. Posso avere un po’ di panico?
Spero di non essermi impappinato troppo ma era veramente
una situazione emozionante e spero di essere riuscito a trasmettere
una parte di questa emozione anche a coloro che ascolteranno la
breve intervista.
 Spero anche che il buon Ivan riesca a registrane una copia
da pubblicare qui sul sito in modo da poterla sentire al mio
ritorno (e vergognarmi dannatamente!!)
 Ringrazio LifeGate Radio per l’opportunità che ci ha dato
e spero di avere nuove storie da raccontare quando ci chiameranno
ancora. Domani partiamo per la valle del Marka, sarà un parte del
nostro viaggio molto impegnativa e per una decina di giorni mi sarà
possibile trasmettere solo piccoli aggiornamenti.
 Ci risentiamo con maggiori dettagli quando usciremo dalla
valle,  continuate a leggere i nostri piccoli racconti, per
noi è un grande sostegno sapere che in qualche modo ci è possibile
coinvolgervi in questo nostro piccolo viaggio

La sofferenza in un sorriso…

[24th May 2009] Ci fermiamo per un po’, il sole si è
fatto caldo ed il fiato si fa corto. Siamo costantemente sopra i
4000 metri e la quota ormai è una compagna fissa. Ci tiene la mano
e ci sorride ad ogni passo. Quando ci dimentichiamo di lei si
offende e si fa sentire afferrando i nostri respiri. Per andare a
spasso quassù devi portarla a braccetto e trattarla bene. In questo
deserto di pietre e colori ambrati le si può concedere tutto perché
lei, anche solo sorridendo, può veramente prendersi ciò che
vuole.
 Mi guardo intorno stupefatto, qui ci sono montagne e valli
intere dove non vi è anima viva né avrebbe ragione d’esservi per la
durezza di questa terra. Non cresce nulla e tutto sembra consumarsi
e sgretolarsi nel sole. Non si può visitare i monasteri senza
comprendere quanto aspra possa essere la vita quassù. Non si può
ammirare i disegni affollati di demoni e leggende senza comprendere
le difficoltà e le incertezze che dovevano affrontare i loro
autori.
 Attraverso la valle i monasteri si guardano tra di loro,
distanti ed isolati sono abbarbicati sulla roccia come fari in
mezzo ad  un mare ostile, come bandiere in mezzo al deserto.
Attorno a loro non c’e’ nulla se non distese di roccia e più in
alto solo il bianco della neve. Guardando la desolazione che li
circonda vedo i monasteri ed i monaci per quello che erano: un
baluardo ed un rifugio dell’uomo in mezzo al nulla.
 Le loro regole, le loro preghiere ed i ritmi delle loro
vite erano protese a sopravvivere e a sperare. Qui la pace e la
fratellanza erano l’unica difesa contro le forze terribili che
dominano l’altopiano. Dietro le mie lenti polarizzate, avvolto nel
goretex e nel meglio della tecnologia alpinistica non posso che
domandarmi come abbiano potuto sostenere, per secoli, il bagliore
accecante di questa luce, il vento che incessante si alza ogni
pomeriggio ed il tempo che cambia con la velocità con cui corrono
le nuvole. Cosa li ha trattenuti quassù?
 Tutto quello che vedo mi appare magnifico ma terribile. La
natura magnifica e crudele nel suo massimo splendore. Affondo con
gli scarponi nella ghiaia sapendo che ogni passo, prima o poi, mi
porterà verso casa, verso il verde dei nostri laghi e l’abbraccio
delle nostre montagne. Ripenso ai prati, agli orticelli e ai nostri
fiumi. Qui non hanno nulla di simile,  qui la natura concede
avara i suoi doni e non è clemente con nessuno. Non vedo nulla qui
che possa alimentare una simile speranza in questo popolo. Dove
nascono i loro sorrisi?
 I monaci non potevano uscire a falciare i prati perché non
ve ne sono, non potevano fare legna perché non ci sono alberi, non
potevano coltivare la terra perché senza grandi sacrifici è arida e
sterile. Per scaldarsi durante l’inverno essiccavano gli escrementi
delle loro magre bestie ed accumula vano quello che potevano.
Portati a termine con fatica i pochi lavori che questa terra offre
non rimaneva altro che chiudersi in preghiera e sperare. Sperare
che fortificando lo spirito anche il corpo avrebbe potuto sostenere
le privazioni. Nel buio dell’inverno recitare le proprie preghiere
fatte di respiri e suoni profondi ed intensi, ripeterle
all’infinito scacciando i demoni della montagna, del vento, della
fame e del freddo. Ripetere all’infinito perché il tempo stesso
perda di senso e la mente si perda in un mondo diverso, perché
nella meditazione il corpo trovi la forza nella mente. Perché
quassù si è costretti a cercare dentro di sé, fuori vi è ben poco
da trovare. Ecco il fascino di questa gente.
 Una terra che mi appare meravigliosa da attraversare ma un
calvario in cui vivere. Eppure non ho mai visto tanti sorrisi come
tra questa gente. Dove traggono tanta speranza in un mondo tanto
difficile? Sono le preghiere? Il mondo magico di demoni e credenze
che anima la loro religione basta a dar loro tanta forza?
 Alieno guardo questa gente, i loro bambini e le loro case.
Sono equipaggiato ed addestrato per quella che è la mia missione
qui, attraverserò le loro montagne cercando di trattenerne
l’essenza e catturarne il ricordo. Sono qui per accarezzare la loro
cultura esplorando il loro mondo ma non posso che sorprendermi
umile nei confronti della loro forza. Tutta questa bellezza riempie
i miei occhi ma flagella le loro vite. Io tornerò ai nostri laghi
mentre loro continueranno il proprio cammino quassù.
 Ho visto gente in città, gente venuta da fuori, li ho
visti scimmiottare i vecchi costumi, parlare forbiti della
religione atteggiandosi ad illuminati. Stupidi pagliacci ipocriti
che tre mesi all’anno diventano mucche grasse da mungere per questa
povera gente. Credono di poter capire il mistero di queste terre
gratificandosi di una spiritualità che non è loro senza aver
assaggiato l’asprezza di questo mondo. Come dice Enrico: per
qualche spicciolo sono venuti a comprarsi il loro  “Nirvana
Take Away”. Compiacetevi della vostra mediocrità e tornate alle
vostre case arricchiti di una rinnovata stupidità da esporre.
 Io vengo da montagne verdi e nemmeno proverò ad essere
come la gente di queste montagne aride e dure. In loro vedo una
resistenza ed un ingenuità che non è mia e che non potrebbe
appartenermi. Incuranti della propria precaria vita li vedo pregare
per il benessere del mondo intero ed il mio egoismo brilla come
fari nella notte davanti ai loro sorrisi.
 Sospiro lasciando che nel peso di questa quota si perdano
i miei peccati e recito la mia preghiera silenziosa per questa
gente. A Dio piacendo tornerò ai miei laghi e continuerò la mia
strada mentre all’orizzonte vedo i nuovi demoni che cavalcano
eccitati per raggiungere questa terra remota. I nuovi venuti
sconfiggeranno i demoni locali, scacceranno il freddo, la fame e
forse anche la miseria ma divoreranno il sorriso e la forza di
questo popolo.
Mi infilo lo zaino, non sta a me decidere quale debba
essere la croce altrui. Non ho risposte né consigli per loro, posso
solo ringraziarli per avermi accettato e mostrato una lezione
preziosa che porterò con me. Prendo fiato e mi tiro in piedi, c’è
ancora molto da vedere prima che cali il sole.

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