3: AMORE E ALTRI FILOSOFI


"Che cos'è l'amore? 

Per trovare la risposta definitiva, filosofi, psicologi, scrittori, poeti, registi, cantanti e anche noi, uomini comuni, ci siamo posti questa domanda e ciascuno di noi ha dato una risposta differente: c'è chi vive questo sentimento in senso positivo e chi, al contrario, ha sentito questa manifestazione come un momento di debolezza umana.
In questo articolo vi presento alcuni punti di vista :
Però non si può parlare di amore senza prendere in considerazione un secondo quesito l'amore rientra nella sfera della razionalità oppure in quella delle passioni?

Parlando di razionalità  il comportamento razionale è un comportamento che implica intenzionalità dove il prodotto è responsabile mentre le passioni, come già indica l'etimologia della parola, pati soffrire e subire, sono subite e chi agisce è soggiogato  dalle sensazioni.

Nella tradizione pitagorica c'è un dualismo tra anima e corpo la prima, immortale, è la scintilla divina e si identifica con la ragione mentre la seconda, mortale, è la sede dei sentimenti e delle passioni.

Quindi, potrebbe essere vero che l'amore è il desiderio di ciò che manca, come affermava Socrate nel V° secolo, dove il contatto fisico, in cui sfocia un rapporto amoroso con un compagno, diventa il prevalere del desiderio irrazionale sulla rettitudine.

O, come sosteneva Aristotele l'amore è come l'odio, viviamo questi sentimenti perché siamo forme imperfette?

Nella psicoanalisi si può distinguere l'io cosciente e l'inconscio. Le passioni sono una componente della psiche di cui non siamo del tutto consapevoli, non controlliamo con la volontà ma è una parte importante della nostra personalità e con dovute metodologie possiamo arrivare a prenderne coscienza.
Il dualismo tra queste due forme di pensiero rimane ma la differenza è che nella prima c'è una visuale negativa delle passioni, nella seconda, invece, si cerca di capire che ruolo hanno e come influiscono sul comportamento. Perciò si analizza proprio quest'ultimo per capire quanto si dipende dalla ragione e quanto dalle passioni: quando si compie una scelta lo si fa condizionati da dinamiche inconsce e la ragione influisce solo per giustificare a noi stessi l'operato oppure è proprio la ragione a portarci alla scelta? I sentimenti, le passioni, le sensazioni sono da reprimere e combattere in virtù di un comportamento razionale o devono essere analizzate e prese in considerazione perché parte importante del nostro essere?
Nel Seicento, periodo in cui si mettono le basi del mondo moderno  e della ricerca scientifica, si inizia a porsi questo quesito.
Ancora influenzati dal pensiero classico e da quello medioevale, che vedeva le passioni negativamente, l'uomo del seicento cerca di capire le cause.

Secondo Cartesio tutte le passioni sono riconducibili al principio di conservazione del proprio essere. L'amore, come l'odio, non è legato al desiderio e nemmeno all'oggetto ma al piacere nel senso che noi amiamo perché ci procura piacere perciò il momento iniziale, la causa, è il piacere; l'amore è la conseguenza.

Spinoza afferma che ci sono tre affetti perfetti,  "cupiditas, laetitia, tristitia"; l'amore discende da questi ed è una forma egoistica. L'amore entra nella sfera delle passioni se l'uomo si fa condizionare da queste l'individuo non è libero ma schiavo dell'affetto. Però se segue l'intelletto e razionalizza si libera da questa dipendenza e l'amore perde la connotazione negativa in quanto l'uomo è libero. Perciò è fondamentale non il sentimento ma il nostro modo di porci di fronte ad esso.

Hobbes dal canto suo è convinto che non esiste libertà se non siamo liberi dalle passioni, che sono vissute come impedimento. L'essere umano è costantemente spinto ad affermare se stesso entrando in conflitto contro gli altri: è una guerra tutti contro tutti. Per superare ciò serve lo Stato che pone leggi. E' così che l'individuo rinuncia al suo diritto di supremazia sull'altro e , interiorizzando le leggi, la sua volontà coincide con quella altrui. In definitiva Hobbes dice che naturalmente l'uomo non è libero perché allo stato naturale è dominato dalle passioni che lo porta ad avere un rapporto scontroso con i suoi simili ma grazie allo Stato egli supera questo conflitto ma finisce che non è ancora libero.

Durante l'illuminismo, nel settecento, il comportamento umano è la risultante delle condizioni ambientali e biologiche e si ha una rivalutazione del corpo e delle passioni.
Helvetius, Holbach e La Mettrie, i maggiori rappresentanti del materialismo illuministico, concordano nel fatto che l'uomo è un essere fisico e naturale: "le passioni sono nel morale ciò che nel fisico è il movimento: è questo che crea, annienta, conserva, anima ogni cosa; senza di esso tutto è morte".

Un'altra visuale positiva è presentata da Leibiniz: secondo lui l'essere umano cerca il proprio bene e perciò nell'amore non si cerca un profitto e nemmeno un piacere distaccato dall'oggetto che suscita questo sentimento, bensì un appagamento nella felicità dell'altro.

Come risposta a questa visuale romantica Kant distingue due forme di amore quello pratico e quello patologico. 

Nel rinascimento, che vide il preludio nell'umanesimo,  l'amore diventa una via per elevarsi alla contemplazione divina: secondo Ficino l'amore è il dilatarsi di Dio stesso nel mondo e riversandosi in esso produce negli uomini il desiderio di tornare a Lui.
L'amore tortuoso, l'amore che culmina con la morte, fanciulle palpitanti ed eroi sono le tematiche di questo periodo.

Pico della Mirandola crede che l'uomo è artefice del suo destino: Dio ha offerto all'uomo il dono della libertà,  al contrario delle altre creature, a noi è concesso di inventarci nelle forme che scegliamo:

"Nell'amor celeste tutto tende e si drizza alla bellezza spirituale dell'animo e dell'intelletto la quale molto più perfetta si trova ne' maschi che nelle donne...perciò tutti coloro che di questo Amore sono stati accesi, hanno la maggior parte amato qualche giovane d'indole generosa...e non si sono effemminati..."

Ciò che scrisse gli valse il sopsetto di eresia. In realtà sembra che Pico della Mirandola visse personalmente questo tipo di amore con Girolamo Benivieni che contraccambiò.
Dopo la condanna di eresia egli intrappolò questi suoi sentimenti arrivando alla misantropia.
Così scrive Matteo Bossi, superiore dell'Abbazia di Fiesole:

"Egli aveva talmente allontanato il piede da ogni mollezza e tentazione della carne da sembrare che al di là dei sensi e dell'ardore giovanile, vivesse una vita da angelo evitando i colloqui, gli atteggiamenti da cui potesse sorgere il pericolo di desiderare...da lui ho udito che possedeva il dominio contro le forze e i richiami della libidine in modo da non avere tentazioni più gravi di quelle di un fanciullo di sette anni..."

Sulla lapide della tomba dove ci sono i resti di Pico e Girolamo, nella chiesa di San Marco a Firenze, si legge:
Qui giace Giovanni Mirandola, il resto lo sanno 
anche il Tago e il Gange e forse perfino gli Antipodi.
Morì nel 1494, visse 32 anni.
Girolamo Benivieni, affinché dopo la morte la separazione di luoghi non disgiunga le ossa di coloro i cui animi in vita congiunse Amore,dispose d'essere sepolto nella terra qui sotto.
Morì nel 1542, visse 89 anni e 6 mesi
IN VITA CONIVNXIT AMOR
Sul retro si legge:

Girolamo Beninvieni per Giovanni Pico della Mirandola e se stesso pose nell'anno 1532.

Io priego che n'pace
così in ciel sia il tuo Pico congiunto
come n'terra eri, et come 'l tuo defunto
corpo hor con le sacr'ossa sue qui iace.
AMOR
Di notizie certe di questo amore, se sia o non sia stato veramente consumato un rapporto carnale, non si hanno ma rimane che entrambi vissero un grande e vero sentimento un vero Amore.

In conclusione Amore è darsi all'altro al di fuori di ogni ragionevole dubbio, costruzione mentale, e costrizione? Amore è il tutto? Questa storia tra Girolamo e Pico mi sembra che dia una risposta chiara e forse anziché farci mille e più domande dovremmo imparare a lasciarci andare e vivere con la persona che è oggetto di questo nostro sentimento ogni singolo attimo con ardore, desiderio e felicità imparando a dare e avere e a comprendere che insieme si è il tutto.

Un bel brano di Jovanotti: Tutto l'amore che ho.


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