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I MIEI LIBRI IN VENDITA

LA MANIPOLAZIONE DEI POPOLI TTIP



Da quanto in rete si parla di TTIP, sappiamo cos'è? Cosa accadrà?
Provo a dare delle spiegazioni e delineare un futuro molto probabile

Per spiegare meglio e bene mi avvalgo degli scritti del sito STOP TTIP ITALIA .net
Anzi qui trovate anche una petizione che, se volete, potete firmare.


Ma prima ecco perché questo post:

Novità poco rassicuranti  sul fronte TTIP c'è bisogno di te per cambiare le cose!
Dopodomani - giovedì 28 maggio - gli europarlamentari membri della Commissione per il Commercio Internazionale dovranno votare l'introduzione, nel famigerato trattato transatlantico, di un arbitrato internazionale (ISDS) chiamato a decidere sulle controversie fra le multinazionali e gli Stati. Si tratta di un un arbitrato privato, costituito ogni volta da tre arbitri, secondo un metodo stragiudiziale, cioè fuori dai tribunali ordinari.
COSA SIGNIFICA? Se l'ISDS verrà approvato, qualora una multinazionale facesse causa ad uno Stato accusandolo di intralciare il libero commercio con una normativa - ad esempio a tutela dell'ambiente, o della salute, o dei diritti sociali - e la vincesse, a pagare saresti TU!
TI SEMBRA GIUSTO? A noi NO! Chiedi SUBITO ai parlamentari di fermare questa vergogna: non si scaricano sulla collettività gli interessi delle multinazionali! 
2) Copia il seguente testo e incollalo sulla loro bacheca:
- Le multinazionali fanno causa e i cittadini pagano? Fermi questa vergogna! Il 28 maggio voti NO ISDS! Non si scaricano sulla collettività gli interessi delle multinazionali. ‪#‎StopTTIP‬
1) Vai sulla pagina Facebook degli europarlamentari:
Matteo Salvini
Salvatore Cicu
Alessia Mosca
Paolo De Castro

Se vuoi contribuire con una firma in rete trovi la petizione di Greenpeace e questa di STOP-TTIP.net

“Io Firmo”. Accelera la petizione internazionale Stop TTIP in vista della risoluzione che verrà votata il prossimo giugno al Parlamento Europeo. Una votazione non risolutiva, visto che il negoziato continuerà, ma che darà alcune indicazioni ai negoziatori sugli elementi critici e rischiosi.
Per questo la Campagna Stop TTIP Italia invita a diffondere e sostenere la petizione internazionale http://stop-ttip.org/firma con l’obiettivo di raggiungere le 54mila firme entro il 7 giugno, come contributo italiano all’obiettivo europeo dei due milioni.


IOFIRMO_def




Ora spieghiamo cos'è? In due parole il sito Goofynomics scrive:



    La libertà non è gratis. Per sostenerci dai il 5x1000 ad a/simmetrie, riportando il suo C.F. 97758590588.


lunedì 17 novembre 2014


TTIP: la storia si ripete

La crisi è democratica: colpisce la maggioranza. Le persone colpite, che appartengono agli ambiti più disparati, ogni tanto reagiscono, e lo fanno in base al proprio bagaglio culturale e alla propria esperienza di vita, com'è normale che sia, e ciascuno ponendo se stesso, quello che sa e quello che ha fatto come chiave di lettura privilegiata. È umano. Abbiamo così letture botaniche della crisi, letture filateliche della crisi, letture giuridiche della crisi, letture naturalistiche della crisi, e chi più ne ha più ne metta.


Da ognuno c'è qualcosa da imparare, ma rimane il fatto ineludibile che questa è una crisi economica, cioè quella cosa che si verifica quando per motivi che abbiamo illustrato tante volte la gente si trova senza soldi in tasca. Va anche ricordato che, come i marZiani dovrebbero sapere e come una lettura anche superficiale dei fatti dimostra (soprattutto in Italia), le dinamiche economiche reggono quelle politiche, che a valle reggono quelle giuridiche, ed è questo simpatico trenino, guidato dalla locomotiva "Economia", che ci porta a spasso per le interminate praterie della SStoria.

Deriva da questo semplice (ma ineludibile) fatto il vantaggio comparato di questo blog. So che dispiace a molti, ma per fortuna piace a voi, e tanto mi basta.

Oggi voglio parlarvi, da economista, e più precisamente da economista applicato, del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership). Parlare di un trattato commerciale in chiave economica è, lo premetto, una lettura riduttiva, e lo sappiamo benissimo. Quello che inquieta del TTIP sono alcuni aspetti giuridici, in particolare giurisdizionali, come la possibilità, che abbiamo sentito evocare più volte, per le imprese multinazionali di chiamare in giudizio gli Stati sovrani (?) che non si attengano alle prescrizioni di liberalizzazione del mercato che il trattato promuove (e che si riferiscono, badate bene, non alle barriere tariffarie - cioè ai dazi - ormai in via di definitivo smantellamento nel quadro dell'OMC, ma a quelle non tariffarie, cioè alle normative ambientali, igieniche, di sicurezza alimentare e fisica, ecc.). Insomma, la famosa fiorentina all'ormone della quale sentite ogni tanto parlare sui giornali. Rimarrà deluso Emilio Pica, che in un afflato socratico ci ha confessato di amare le donne androgine: nel meraviglioso mondo del TTIP tutti avranno una sesta di reggiseno,anche i maschietti.

(ah, Emilio, però quella me piace pure a me, sia chiaro: homo sum, nihil humani mihi alienum puto. E la Nappi la apprezzo più come filosofa...

Questo, naturalmente, per quanto riguarda la parte "trade". Poi c'è quella investment, che lasceremo da parte.

Parlare di un trattato commerciale in chiave economica è quindi riduttivo, ma, come vedrete, indispensabile per cogliere pienamente il carattere truffaldino e antidemocratico dell'operazione in corso, un'operazione che, come solo un economista può aiutarvi a cogliere pienamente, è del tutto isomorfa a quella compiuta col Trattato di Maastricht.Vengono cioè vendute agli elettori come conquiste assodate risultati di studi metodologicamente dubbi, palesemente in conflitto di interessi, i cui risultati vengono proposti orchestrando un falso pluralismo, e dietro ai quali ci sono, ovviamente, i soliti noti.

Il prequel

Come andò con il Trattato di Maastricht lo sapete e comunque ve lo ricordo in l'Italia può farcela. Michael Emerson, Jean Pisani-Ferry e Daniel Gros, prezzolati dall'Unione Europea (perdonatemi: "pagati" non è il verbo giusto, anche perché sono morte delle persone, chiaro?), nel loro studio One market, one money, affermarono che “a major effect of EMU is that balance of payments constraints will disappear in the way they are experienced in international relations. Private markets will finance all viable borrowers, and saving and investment balances will no longer be constrained at the national level” (Emerson et al., 1990, p. 24)[i]Notate la raffinatezza della loro linea di attacco. Studiosi come Kaldor avevano da tempo ammonito che una moneta senza stato avrebbe disintegrato politicamente l'Europa, in particolare perché avrebbe creato squilibri che sarebbe stato necessario rifinanziare attraverso un budget federale. E allora i tre porcellini che si inventano? L'uovo di Colombo: loro sostenevano che non ci sarebbe maistato bisogno, per il Nord, di rifinanziare il debito del Sud mediante trasferimenti, perché i mercati finanziari avrebbero prestato solo a chi fosse stato in grado di generare sufficiente reddito da ripagare i debiti (i “viable borrowers”, appunto).Ritenevano, cioè, i nostri amici, che non sarebbe stato necessario costituire uno Stato europeo, almeno nell’immediato, perché il mercato, che non può sbagliare, avrebbe pensato da sé a trasferire ove necessario i fondi, all’interno della nuova area finanziariamente integrata, senza bisogno di costruire un bilancio federale, e anzi affidando ai bilanci pubblici nazionali il compito di “respond to national and regional shocks through the mechanisms of social security and other policies” (ibidem)[ii]. Non ci sarebbe quindi mai stata una crisi di debito estero all'interno dell'Unione Monetaria (tesi che alcuni economisti ancora oggi sostengono - vedi Boldrin - ma che è sconfessata dai fatti e dall'interpretazione della stessa Bce).




Infatti, che le cose non siano andate come Pisani-Ferry sosteneva (e Boldrin sostiene), ce lo ha spiegato Constâncio(2013) (ma anche De Grauwe 1998); prima che i tre porcellini si esprimessero, come sarebbero andate le cosa lo avevano chiarito Thirlwall 1991, e subito dopo Feldstein 1992, e decenni prima Kaldor 1971 e Meade 1957. Se siamo nei guai è proprio per colpa degli errori dei mercati finanziari privati, che hanno accumulato insostenibili debiti esteri all’interno dell’Eurozona. Quindi i tre porcellini mentivano sapendo di mentire, perché erano pagati per mentire.

Il percorso è sempre quello: da Pangloss ("tutto va per il meglio nel migliore dei mercati possibili") a Eichmann ("non sapevo, eseguivo gli ordini"), con biglietto di andata e ritorno, perché in mancanza dei drastici rimedi adottati dal governo israeliano nel caso in specie gli illustri colleghi rimangono disponibili ad appoggiare il progetto successivo. Ma le "incognite" delle quali parla Pisani-Ferry tutto erano fuorché "incognite": i rischi dell'Unione Monetaria erano stati denunciati dalla letteratura accademica e divulgati sulle più importanti testate finanziarie internazionali. Quindi "io non sapevo" meriterebbe il trattamento che ha avuto in altri tribunali, ma passons. Noi siamo per la non violenza, cioè per subire la violenza, non per esercitarla, perché gli altri, come vedete, tanti scrupoli purtroppo non se li fanno.

Il sequel
E oggi? Come vanno oggi le cose, con il TTIP? Nello stesso identico modo. Ci vengono proposte come verità oggettive i risultati di studi basati su una cieca fede nella capacità autoequilibrante del mercato, studi dei quali fin da ora è possibile sconfessare gli errori metodologici, ma, attenzione: gli studi vengono a valle di decisioni politiche già prese (come fu per One market, one money)...


Non lasciatevi fuorviare dal nome: nonostante la collocazione negli States, il Jeronim cui facciamo riferimento non è questo, è questo. Jere è romano de Roma, ma la sua mamma no, da cui la scelta un po' esotica del nome di battesimo. Io ho studiato Ragioneria I con suo zio, sono stato in commissione ricerca alla Sapienza con sua madre, e molti di noi sono stati, credo, clienti della sua famiglia (com'è piccolo il mondo...). Lui, a sua volta, è stato mio "cliente" quando ero ricercatore in econometria alla Sapienza, nel lontano anno accademico 2001-2002, quando discusse una tesina sulla curva di Phillips (pensa un po' te...). Ora è finito qui, da dove è stato mandato qui a lavorare sul Global Policy Model. Mi illudo di essergli stato un po' utile (o per lo meno lui la pensa così), e sono contento che ci sia un economista eterodosso infiltrato a Ginevra. Sì, perché Jere è relativamente "de sinistra". Certo, questo lo ha portato a commettere un errore cruciale: ha diffuso in Italia i risultati del suo pregevole studio tramite un forum che nessuno legge (rank in Italy: 27804, secondo Alexa oggi), perché, come sapete, ha tradito. Lo Sbilifesto merita di essere consegnato all'oblio (e li esorto a considerare che, per quello che hanno fatto - soffocare scientemente il dibattito sulla moneta unica, quel dibattito che sono riuscito a portare dove sapete - l'oblio è molto meglio dell'alternativa), però lo studio di Jere no, e visto che uno di voi me l'ha segnalato, ne faccio una simpatica sintesi per i diversamente europei e diversamente economisti. Gli faremo così risalire più di 24000 posizioni in termini di visibilità: mi aspetto una cassetta di vino per questo, va da sé...

Dunque: il copione è sempre il solito. Esattamente come in One market, one money:

1) vengono proposti come vantaggi certi e determinanti dei vantaggi aleatori ed irrisori;
2) non vengono quantificati i potenziali svantaggi;
3) i metodi di analisi adottati si basano su una anacronistica fiducia nel mercato.

Le tre caratteristiche sono ovviamente connesse. Nel caso del TTIP si aggiunge ad esse una quarta, simpatica caratteristica:

4) l'impianto del progetto è intrinsecamente contraddittorio con il progetto europeo.

Vediamo un po' perché.

Vantaggi irrisori
Cominciamo dal primo punto. Come ricorderete, One market, one money quantificava il riparmio di costi di transazione (commissioni su cambi) determinato dall'Unione monetaria in uno 0.4% del Pil, che si sarebbe evidentemente verificato una tantum. Voglio cioè dire che in un singolo anno l'abolizione di questi costi avrebbe fatto crescere il Pil dello 0.4% in più. Ma una volta aboliti i costi, i costi non ci sarebbero più stati (per definizione), e quindi già dall'anno successivo non si sarebbero avuti ulteriori effetti. Ve lo spiego in un altro modo: nell'anno dell'introduzione della moneta unica avremmo avuto 0.4 punti percentuali di crescita in più, negli anni successivi no. Chiaro?

Ovviamente Eichengreen ci si fece una bella risata sopra: "Ma come vi viene in mente di affrontare un progetto così incerto a fronte di un beneficio così irrisorio?". Ma sse sa, signora mia, la ggente so tanto tanto 'nvidiosi, gli americani c'hanno paura che je rubbamo er monopolio de 'a moneta...


(discorsi da comare che oggi si sentono solo in certi seminari...)

Oggi non va tanto meglio. Lo studio leader per la valutazione dei benefici economici del TTIP è quello del CEPR (e come ti sbagli): Reducing Transatlantic Barriers for Trade and Investment. Come nota Jere, le conclusioni di questo studio sono presentate dalla Commissione come fatti, e allora, da bravi europei, facciamo così anche noi. La Table 2 dello studio di Jere riporta una valutazione comparativa dell'impatto sul Pil europeo nel 2027 (fra 13 anni). Il CEPR (che verosimilmente è quello che ha preso più soldi dalla Commissione) è il più ottimista. In caso di realizzazione di una "full FTA" (Free Trade Area, zona di libero scambio, con pieno abbattimento delle barriere interne, ma mantenimento di barriere tariffarie differenziate verso i paesi terzi - cioè gli Usa potrebbero adottare verso la Cina dazi diversi dall'Europa, in pratica), bene, in questo caso estremamente favorevole, il beneficio sarebbe immenso: lo 0.48% in più del Pil spalmato su 13 anni (cioè un aumento del tasso di crescita medio europeo dello 0.03% l'anno circa)!

Dice: ma che mme stai a pijà per culo? No, no, sto leggendo la Table 16 a p. 46 dello studio del CEPR. Quindi, pensate, se adottassimo il TTIP subito, con un colpo di bacchetta magica, l'anno prossimo la crescita europea sarebbe non del previsto 1.35%, ma, udite udite, dell'1.38%.

Sono i dettagli a fare la delizia dell'intenditore, e questi dettagli potete leggerli solo qui!

Ora, per carità, io capisco di non poter impedire alla maggior parte di voi di adottare toni barricaderi e piazzaleloretisti (plateale il caso di Alberto49, che comincia a farmeli girare: ma non glielo spiego perché ho capito che non può capirlo). Quindi ragliare "multinazzzzionali bbbbrutte, lobby cattive, attentato alla costituzzzzione", per poi andare all'osteria a farsi un quartino di bianco, è, come dire, la soluzione naturale che si presenta a molti di voi, e, fra l'altro, è un approccio giustificatissimo: dietro questo autentico attentato alla nostra costituzione c'è in effetti il potere di lobbing delle multinazionali, che di fatto agiscono nel loro, certo non nel nostro interesse.

Ma che sorpresa, eh?

A me però, invece di questo segreto di Pulcinella (che strano! I ricchi e potenti comandano nel loro interesse e comprano i politici per farsi i fatti propri! Chi lo avrebbe mai detto?) sembra molto più sorprendente, divertente e dirompente andare a leggere sui documenti ufficiali in base a quali pretesi vantaggi questo attentato ai nostri diritti viene perpetrato. Ci stanno vendendo per una cosa che dal punto di vista statistico è del tutto insignificante. A questo punto chi vuole piazzaleloreteggiare alzerà i toni, sbraiterà, si raccoglierà sotto la bandiera della rivolta, cederà al demone del qualcosismo ("dobbiamo fare qualcosa"), malattia senile del qualunquismo.

Chi invece vuole vincere una battaglia di democrazia andrà avanti con la lettura e mi aiuterà a portare questo dibattito nelle sedi opportune (cosa che, occorre saperlo, non è gratis).

Sintesi: per la seconda volta ci stanno proponendo un progetto che comporta rischi notevoli promettendo un beneficio che perfino ricercatori in conflitto di interessi e distorti in favore del progetto (perché pagati da chi lo propugna) quantificano come irrisorio.

I potenziali svantaggi non vengono quantificati
Veniamo al secondo punto (che poi è connesso al terzo): i potenziali svantaggi non vengono quantificati (punto 2) anche e soprattutto perché l'impianto analitico utilizzato per verificare i vantaggi nega che esistano gli svantaggi, e lo fa sempre per il solito motivo: perché si basa su una cieca fiducia nel mercato (punto 3).

Del caso di One market, one money abbiamo già parlato: l'idea era che non ci sarebbero state crisi finanziarie perché i mercati finanziari non avrebbero potuto sbagliare.

Nel caso delle valutazioni del TTIP, la fiducia nel mercato si traduce nel fatto che il modello analitico utilizzato per valutare il progetto è un cosiddetto modello CGE (Computable General Equilibrium). Due fra i quattro studi che Jere analizza utilizzano proprio lo stesso modello CGE, il GTAP. Il punto è che questi modelli sono basati sul paradigma neoclassico, per cui l'offerta crea la propria domanda, ovvero, in altri termini:

1) tutti i mercati sono riportati perennemente in equilibrio (a meno di frizioni temporanee) dall'aggiustamento dei prezzi relativi, e quindi:

2) tutta la produzione offerta viene anche domandata, e quindi:

2.a) il Pil è determinato da quanto si produce, non da quanto si compra, e
2.b) non c'è disoccupazione.

Abbiamo parlato di alcune implicazioni di questo approccio qui. Ora, nel caso che ci interessa, Jere fa notare che il principale limite di questi modelli consiste nel meccanismo di adattamento alle modifiche normative da essi ipotizzato. Una liberalizzazione del commercio espone alla concorrenza internazionale settori finora protetti, e l'idea è quella darwinista che così i migliori sopravviveranno, e i peggiori andranno a fare altro. I settori più competitivi delle singole economie, quelli che hanno un vantaggio comparato, assorbiranno in tal modo le risorse che si rendono libere negli altri settori, con beneficio di tutti.


Ad esempio: se in Italia la siderurgica non è competitiva, ma l'agroalimentare sì, le acciaierie chiudono e gli operai vanno a lavorare la terra. Facile, no? Ma non ditelo agli operai dell'AST...

Ci sono però alcuni problemini evidenziati da Jere:

1) Intanto, perché questo non produca disoccupazione (e quindi spreco di risorse) a livello aggregato, occorre che i settori competitivi si espandano abbastanza da accogliere tutte le risorse (umane e altre) lasciate libere dai settori "sconfitti" dal mercato;

2) inoltre, le risorse di cui trattasi (che poi sono persone) devono essere molto poliedriche! Il modello presuppone, nelle parole di Jere, che un operaio di una catena di montaggio possa riciclarsi istantaneamente come dipendente di una software house (purché sia disposto ad accettare un salario sufficientemente basso).

3) Qui subentra un terzo problemino, che ora comincia ad essere chiaro a tutti. Il meccanismo di aggiustamento basato sulla flessibilità dei salari al ribasso conduce fatalmente a crisi di domanda. Ovviamente un modello nel quale si rappresenta solo l'offerta di questo aspetto non tiene conto. In un modello simile ci sarà sempre piena occupazione: sarà la flessibilità verso il basso del salario a indurre l'imprenditore ad assumere. Il problema, però, è che questo tipo di modello non considera il fatto che i "costi" che la riforma degli scambi internazionali spinge a tagliare (per diventare più competitivi) sono anche i redditi che sostengono la domanda aggregata di beni.

Ci sono poi problemini "minori" (come l'effetto Daverio-Zingales: maggiore esposizione a shock idiosincratici), ma quelli li lasciamo per dopo. Qui occupiamoci degli effetti sull'occupazione.


Lo studio del CEPR è commovente: andate a pagina 71:

"It should be stressed that the model is a long-run model, where sources of employment and unemployment are “structural” (rather than cyclical). In this sense, changes in labour demand are captured through wage changes (in this case rising wages). As wages increase in the experiments, this means a rising demand for labour, so that under a flexible labour supply specification, employment would increase instead."







Ovvero: la relazione fra domanda e occupazione (gli effetti ciclici) non ci interessa - il che, considerando che grazie all'euro la recessione durerà una decina di anni, qualche dubbio lo fa sorgere; le variazioni della domanda di lavoro sono segnalate solo da quelle del costo del lavoro: se i salari aumentano, significa che c'è più domanda di lavoro da parte delle imprese, e quindi più occupazione. E quindi? E quindi l'impatto sulla disoccupazione non viene nemmeno misurato, perché la disoccupazione c'è se la domanda di lavoro (da parte delle imprese) è inferiore all'offerta (da parte delle famiglie), e tutto quello che il modello misura non è quanti posti di lavoro verranno creati o distrutti dal TTIP, ma come la forza lavoro (che si suppone sarà tutta occupata) verrà riallocata da un settore all'altro, considerando separatamente gli effetti per gli "skilled" (qualificati) e i "non skilled" (non qualificati). Quindi, ad esempio, la Table 34 dello studio ci dice che nell'UE la quota di lavoratori "skilled" allocati nell'agricoltura aumenterà dello 0.07%, ma non ci dice quanti nuovi posti di lavoro ci saranno in agricoltura.

E va be'...

Qui i problemi sono due. Il primo ve l'ho detto: di posti di lavoro si preferisce non parlarne,et pour cause. Il meccanismo del modello, per i tre punti sopra esposti, può considerare solo effetti riallocativi, sotto l'ipotesi estremamente eroica che la riconversione di un operaio siderurgico in un dentista, o quella di un parrucchiere in un progettista aerospaziale sia istantanea e senza costi. L'altro aspetto è che la stima dei potenziali benefici in termini di salari (l'idea che i salari crescerebbero) è basata sull'ipotesi che la distribuzione del reddito rimanga costante. Come nota Jere, il CEPR prevede che nel 2027 la famiglia europea media guadagni 545 euro in più all'anno (45 euro in più al mese!) grazie al TTIP, ma questo, ovviamente, se la distribuzione del reddito rimane invariata, perché se invece la quota salari continua a scendere, il maggior Pil andrà ai profitti, non ai salari, e non tutte le famiglie beneficeranno in ugual misura dei mirabolanti incrementi di cui sopra (lo 0.48%).

La vera chicca
Ma concludiamo con la vera chicca. Gli effetti su Pil e redditi sono irrisori, perché sono irrisori, secondo lo stesso CEPR (cioè secondo la commissione) gli effetti sul commercio! Il commercio bilaterale crescerebbe tantissimissimo (quante volte abbiamo sentito questa storia), ma siccome crescerebbero sia le esportazioni che le importazioni, l'impatto netto non sarebbe così rilevante. Le esportazioni europee extra-UE nel 2027 in presenza di TTIP sarebbero del 5.9% superiori a quanto si avrebbe in assenza di TTIP. Il risultato di questa bella storia è che in effetti il TTIP disintegrerebbe l'Europa, nel senso di ridurre il commercio intra-zona (vedi la Table 24 dello studio CEPR). Insomma: con il TTIP gli europei commercerebbero di meno fra loro, e di più con gli Stati Uniti.

Ora, come ci siamo detti più volte, il beneficio di creare un'Unione economica è quello di avere un grande mercato che permetta di assorbire shock esterni: se gli Stati Uniti vanno per aria, la caduta della loro domanda viene compensata dal fatto che il grande mercato unico europeo in teoria sostiene l'acquisto dei beni europei. In pratica no, perché l'euro condanna a politiche di deflazione competitiva, come vi ho spiegato, ma almeno in teoria...

Con il TTIP questo beneficio teorico verrebbe ulteriormente compromesso: saremmo più legati agli Usa, e quindi più esposti agli shock che da essi provengono, pur essendo ugualmente privi di strumenti di politica fiscale, monetaria e valutaria per reagire ad essi. Come nota Jere, un esito simile non lascia tranquilli.

Io mi limito a ribadire quello che abbiamo più volte osservato: i difensori dell'euro e di questa Europa sono costretti, fatalmente, a stuprare la logica. Tutto quello che fanno contraddice platealmente tutto quello che dicono. Vogliono più Europa, e firmano dietro le nostre spalle un trattato che disintegrerà l'Europa prima commercialmente, e poi macroeconomicamente, esponendoci a qualsiasi errore di gestione dell'economia statunitense (e non è che ultimamente ce ne sian stati pochi...).


Una valutazione indipendente
Ovviamente non è necessario valutare l'impatto di un trattato commerciale con modelli di equilibrio generale. Si possono anche usare modelli basati sulla sintesi neoclassica, in cui si considerano le interazioni fra domanda e offerta (come avviene nel modello di a/simmetrie e nella maggior parte dei modelli utilizzati da banche centrali e enti di ricerca: ce l'ha ricordato il prof. Lippi a Pescara).

Nel suo working paper Jere fa questo lavoro, e lo fa, da bravo europeo, prendendo per buoni i risultati dello studio CEPR, cioè ipotizzando che il volume del commercio si sviluppi, in seguito al TTIP, secondo quanto prevedono gli studi prezzolati finanziati dalla Commissione. Cosa cambia, allora? Cambia il fatto che usando un modello keynesiano:

1) si considerano gli impatti della variazione del commercio sulla domanda aggregata;
2) si considerano gli effetti di trade diversion, cioè il fatto che la maggiore integrazione fra Europa e Stati Uniti ha effetti sulle relazioni con i paesi terzi;
3) si considerano gli impatti su domanda di lavoro, salari reali e occupazione.

E che succede, se si tiene conto di queste cose?

Lo vedete nella Table 4 dello studio di Jere. Per la maggior parte dei paesi europei il TTIP comporterebbe un peggioramento del saldo delle partite correnti, verosimilmente perché a causa della stagnazione della domanda interna (cioè dei bassi redditi) gli europei si rivolgerebbero sempre di più a beni a basso valore aggiunto, nei quali sono meno competitivi: meno golf di Cucinelli, più magliette di cotone cinesi (importate via Stati Uniti, va da sé). Risultato: un peso ulteriore sulla bilancia dei pagamenti, che per i paesi del Nord sarebbe più grave che per noi - che già siamo stesi. Il tasso di crescita dell'economia d'altra parte diminuirebbe (com'è ovvio, dato il calo della domanda estera netta), e l'Europa sperimenterebbe una perdita di circa 600000 posti di lavoro. Non è una cosa enorme, considerando che la nostra popolazione attiva è di oltre 240 milioni, ma sarebbe meglio farne a meno, soprattutto perché i redditi di chi il lavoro lo conserverebbe diminuirebbero (il modello delle Nazioni Unite prevede in Italia una diminuzione di 661 euro per occupato, anziché un aumento di 545 per famiglia), e con essi la raccolta fiscale, con impatti negativi sulla sostenibilità dei conti pubblici.

Per carità, io sono di parte. Jere mi sta simpatico e l'Europa mi sta sui coglioni, però qui stiamo parlando di analisi condotte con un modello delle Nazioni Unite, e basato su ipotesi lievemente meno ideologiche di quelle adottate dall'oste Commissione Europea per valutare il vino TTIP.

Se a questo aggiungiamo il fatto che la storia che avremmo lavorato un giorno in meno ecc. ce la siamo già sentita dire, ecco che qualche motivo di allarme sorge, e un'analisi economica ci aiuta a motivarlo in termini oggettivi, quindi dialetticamente più efficaci del piazzaleloretismo e del window flagging.


Perché?
E allora chiediamoci perché? Perché i nostri governanti ci stanno consegnando a questo progetto che ha benefici irrisori, costi potenzialmente elevati, ed è contraddittorio con la retorica dell'integrazione europea.

E la risposta è semplice: perché l'Unione Economica e Monetaria, che ci viene venduta come il momento più alto di realizzazione della nostra identità europea, di un nostro comune progetto europeo, in realtà è il momento più infimo del nostro asservimento all'ideologia e agli interessi statunitensi. Ne ho parlato tante volte, non ci ritorno, ma quello che va capito è il senso complessivo dell'operazione, che secondo me è questo: gli Usa hanno bisogno di un mercato di sbocco perché, da potenza declinante, stanno perdendo potere di signoraggio sui mercati internazionali. Gli sviluppi delle relazioni bilaterali fra i BRICS, e in particolare la dedollarizzazione degli scambi fra Cina e Russia, se dovessero generalizzarsi, significherebbero per gli Stati Uniti la fine del periodo dello "stampa (dollari) e compra (ovunque nel mondo)". Il "privilegio esorbitante", come lo chiamava Valery Giscard d'Estaing, verrebbe meno in un mondo nel quale il dollaro non fosse l'unico e solo strumento di regolazione delle transazioni sui mercati internazionali. A questo punto gli Stati Uniti non potrebbero permettersi più di essere in deficit strutturale netto verso l'estero. Puoi essere "acquirente di ultima istanza" se stampi a casa tua la moneta nella quale acquisti. Quando le cose non vanno più esattamente così, ti conviene avere una posizione equilibrata negli scambi con l'estero, altrimenti le cose si mettono male. Il +1% di esportazioni nette che il TTIP potrebbe arrecare agli Stati Uniti andrebbe proprio nel senso di ridurre il loro deficit (a costo di un aumento del nostro). L'Europa diventerebbe la periferia, in una nuova edizione del romanzo di centro e periferia, da voi tanto amato, dove gli Usa, chiedendoci l'Ani, ci inonderebbero della loro liquidità (con la quale il resto del mondo progressivamente avrebbe iniziato a nettarsi le terga), allo scopo di farci acquistare i loro simpatici bistecconi transgenici.


Sappiamo tutti quali siano gli incentivi che le élite periferiche traggono dal vendere i propri subalterni alle élite del centro, quindi di cosa ci stupiamo? Direi di nulla: BAU! Non è un cane: vuol dire business as usual.


E naturalmente qui sento i ragli dei piddini renziani (ormai tocca distinguere): "eh, ma l'euro ci aiuterebbe a difenderci!".

No!

Noooo!

Nooooooooooooo!

Le cose stanno esattamente al contrario, e ancora una volta tutto questo ci è stato detto, e detto in faccia, e detto in sedi autorevoli. L'euro non ci aiuta a difenderci nemmeno un po', e per due motivi ben evidenti. Il primo è che, come ormai sarebbe futile negare, è causa della nostra crisi, e quindi, banalmente, ci costringe ad affrontare in condizioni di debolezza qualsiasi negoziato internazionale. Il secondo è che nell'ottica statunitense l'euro è il primo passo verso la creazione di una moneta unica transatlantica, e questa non è una novità. Mundell ne parla da qualche anno, per capirci. E ora che sappiamo quali benefici ci abbia portato la moneta unica europea, e prima ancora quella italiana, siamo in grado di apprezzare quali e quanti benefici ci apporterebbe quella transatlantica.


Concludendo: nell'affrontare un tema così complesso sono io il primo a segnalarvi che l'ottica economica è necessariamente ristretta. Ma sarete d'accordo con me che aiuta a mettere a fuoco i probemi, no? Ricordatevi questo numero: +0.48% del Pil nel 2014.

Va bene, non siamo Gesù Cristo: ma lui, almeno, fu venduto per trenta denari...




(a proposito: Giuda e Eichmann hanno una cosa in comune, salvo errore...)




[i] “Il principale effetto dell’Uem sarà che il vincolo della bilancia dei pagamenti come lo sperimentiamo nelle relazioni internazionali scomparirà. I mercati privati finanzieranno ogni debitore solvibile, e il saldo fra risparmi e investimenti non sarà più vincolato a livello nazionale”. Ulteriore traduzione per persone normali (cioè per non economisti): i portoghesi (per fare un esempio) potranno fare più investimenti di quelli consentiti dalla loro posizione finanziaria, perché potranno prendere liberamente a prestito dai paesi del Nord (esempio: la Germania), che presterà i soldi solo a chi se lo merita. E infatti s’è visto...
[ii] “Rispondere a shock nazionali e regionali attraverso i meccanismi del welfare e altre politiche”.

Tutti noi conosciamo Weekyliks e sappiamo che se riesce divulga notizie che non sono state rese pubbliche perché "probabilmente"reputate pericolose per l'attuazione dei piani del Grande Fratello. Ora vediamo con il post di stop TTIP cosa ha scoperto e divulgato a  tal proposito:

Infranta nuovamente la segretezza dei negoziati commerciali WikiLeaks diffonde il capitolo segreto del trattato fratello del TTIP che dà potere assoluto a imprese e multinazionali a scapito dei cittadini

Grazie a WikiLeaks è di dominio pubblico il capitolo sugli investimenti del TPP, l’accordo transpacifico di libero scambio fratello del TTIP. Contiene clausole che mettono in pericolo il processo democratico e la vita dei cittadini, e saranno inserite anche nell’accordo transatlantico

Wiki


E’ di pochi giorni fa la diffusione di un nuovo testo sugli investimenti da parte di WikiLeaks che riguarda i negoziati segreti dell’accordo commerciale transpacifico, un vero e proprio negoziato fratello del più conosciuto TTIP.
La data in cui è stato redatto il documento è il 20 gennaio 2015. Ma chissà quando ne saremmo venuti a conoscenza se non fosse stato per la fuga di notizie. Infatti, come si può leggere nella prima pagina, il testo doveva restare segreto per quattro anni dopo l’entrata in vigore dell’accordo TPP e, se questo non fosse andato a buon fine, per quattro anni dalla chiusura dei negoziati.

Da quanto risulta dall’esame del capitolo, il TPP contiene la clausola ISDS che Commissione Europea e Stati Uniti vogliono inserire nel TTIP, il suo “gemello” transatlantico. Grazie a questo meccanismo, le imprese straniere possono denunciare uno Stato che con i suoi provvedimenti intacca i loro profitti, anche quelli non ancora realizzati ma semplicemente attesi. L’ISDS salta a pie’ pari la giurisdizione nazionale, trascinando i governi dinanzi a corti di arbitrato internazionali dal funzionamento opaco e marcatamente a vantaggio dell’investitore privato. Sottomettendosi a questo giogo, gli Stati sperano che le multinazionali siano più invogliate a fare business sui loro territori, ma si tratta di un sistema malato, che ha l’effetto di calmierare la legislazione su materie altamente sensibili come l’ambiente, la sanità, il mercato del lavoro. La Germania è tutt’ora vittima di una causa legale intentata dal gigante energetico svedese Vattenfall, che ha chiesto 3.7 miliardi di euro di indennizzo dopo la decisione governativa di uscire dal nucleare nel 2022.
Rispetto alla clausola ISDS inserita nel NAFTA (North American Free Trade Agreement) vengono introdotte alcune lievi modifiche, come alcune concessioni sulle operazioni di ristrutturazione del debito pubblico, fino ad oggi utilizzate a mani basse dagli investitori per arricchirsi ai danni degli Stati e dei cittadini durante i periodi di crisi economica.
Per gli Stati Uniti l’inserimento dell’ISDS nell’accordo TTIP è una condizione sine qua non per la chiusura del negoziato. La Commissione europea, come ribadito dalla Commissaria al commercio Malmström, è intenzionata a fare lo stesso, con poche modifiche di facciata e promesse di una maggiore trasparenza su queste controversie tra investitori e Stati. Impegni assolutamente insufficienti che svenderebbero lo Stato di diritto ai profitti degli investitori americani.

Con questi dati in mano, la campagna Stop TTIP Italia non può che ribadire l’inaccettabilità di un accordo che include una simile bomba ad orologeria per le democrazie europee, compresa quella italiana.

Il testo si aggiunge alle precedenti pubblicazioni del team di Assange sui testi legali relativi a proprietà intellettuale (novembre 2013) e ambiente (Gennaio 2014).
Il documento, relativo agli investimenti è scaricabile dal sito http://stop-ttip-italia.net/documenti/ al paragrafo “TPP. Il cugino transpacifico del TTIP”.


E ancora:

L’inconsistenza dei modelli econometrici sul TTIP. Nuovo paper della Tufts University

Una nuova pubblicazione della Tufts University precisa e sottolinea ulteriormente l’inadeguatezza degli attuali modelli econometrici nello stimare gli impatti sociali e sull’occupazione di grandi accordi di libero scambio come il TTIP. In risposta ad una controargomentazione sviluppata dal Centro europeo per l’ Economia Politica Internazionale (ECIPE, 2015, “Splendid Isolation” as Trade Policy: Mercantilism and Crude Keynesianism in “the Capaldo Study” of TTIP, Occasional Paper 03/2015), Jeronim Capaldo pubblica un nuovo paper “Overcooked Free Trade Dogmas in the Debate on TTIP” (che la Campagna Stop TTIP Italia è tra le prime a diffondere) che confuta una per una le controargomentazioni, riportando l’attenzione su come un grande accordo come il TTIP potrebbe avere impatti molto negativi sull’occupazione e sui salari, oltre che sulla produttività europea. Assunti che, paradossalmente, non sono presi minimamente in considerazione dai negoziatori e neppure da Governo italiano e Commissione europea.

Eppure, un Governo degno di questo nome, dovrebbe tenere in conto costi e benefici di un accordo. E non sposare aprioristicamente una posizione, guarda caso quella dei grandi gruppi di interesse.

tufts

Se state seguendo il discorso in rete vedrete che sembra che tanti politici nel mondo sembrano contrari al TTIP ma in realtà è tutto fumo negli occhi. Sempre nel sito  STOP-TTIP c'è un bellissimo articolo scritto magistralmente e che condivido nella sua interezza:

L’Arbitrato ISDS nel TTIP: la proposta di riforma è fumo negli occhi

La Commissione Europea ha presentato martedì la propria posizione sulla riforma dell’ISDS, il meccanismo di risoluzione delle controversie fra investitori e Stati che intende includere nel TTIP. Le modifiche proposte non rimuovono i gravi rischi democratici, sanitari e ambientali che questa clausola scarica sui cittadini contribuenti. E non risolve la questione: un ISDS, riformato o no, non serve tra due Paesi, come UE e Usa, che hanno una giurisprudenza efficiente e funzionante.
isds


[Roma, 7 maggio] – La Commissaria europea per il Commercio, Cecilia Malmström, ha reso pubbliche le correzioni all’ISDS (Investor to State Dispute Settlement), clausola richiesta a gran voce dalle lobby dell’industria transatlantiche fin dalle prime battute del negoziato TTIP. L’ISDS consente il ricorso a corti di arbitrato internazionale da parte di gruppi privati, qualora vedessero i propri investimenti messi a rischio da provvedimenti cautelativi varati dai governi in USA e UE. Contro questo sistema, che fornisce alle aziende uno strumento per costringere il pubblico a pagare cospicui indennizzi o rinunciare alla legislazione più restrittiva, si sono espresse nel 2014 quasi 150 mila persone, il 97% dei partecipanti a quella che è stata considerata la più ampia risposta ad una consultazione pubblica lanciata dalla Commissione Europea.
Di fronte all’insurrezione pubblica, l’esecutivo comunitario è rimasto spiazzato, ma non intende rinunciare al meccanismo nel TTIP. Così, la bozza di riforma Malmström tenta diaddolcire un boccone che resta invece troppo amaro da mandare giù. La Commissaria propone l’obbligo per gli investitori di scegliere tra le corti nazionali e l’arbitrato, di istituire un secondo grado per eventuali ricorsi, una lista fissa di arbitri e qualche tutela in più sul diritto a legiferare (right to regulate). Lascia poco tranquilli anche l’idea di riformare l’ISDS a partire da quello inserito nel CETA.
Le criticità, infatti, restano tutte, visto che:
– la possibilità di scelta consentirà comunque agli investitori esteri di aggirare la giurisdizione nazionale. Con la paradossale situazione che mentre le imprese estere potranno riferirsi sia alle corti giuridiche convenzionali che all’arbitrato, quelle locali e nazionali potranno fare riferimento solamente a corti convenzionali, creando la paradossale condizione di un vantaggio competitivo per le aziende estere.
– L’ISDS resterà uno strumento unidirezionale, ad uso e consumo dei privati. Un sistema in cui lo Stato può soltanto difendersi.
– Manca totalmente nel capitolo sugli investimenti del CETA, l’Accordo di libero scambio con il Canada, un riferimento al diritto di legiferare per i Governi.
– Concetti chiave come il “trattamento giusto ed equo”, utilizzati in maniera estensiva dagli investitori per attaccare le politiche pubbliche con l’ISDS, nel CETA vengono addirittura potenziati: si parla infatti esplicitamente di proteggere le loro “legittime aspettative”, altro concetto vago e strumentalizzabile.
– La proposta della Commissione di assicurare l’indipendenza degli arbitri nell’ISDS inserito nel TTIP è anch’essa una mistificazione. L’elenco di nomi può tranquillamente essere stilato dalle parti contraenti in modo da farvi rientrare elementi che fino a ieri hanno favorito gli investitori con i loro verdetti.
– Il meccanismo di appello potrebbe non vedere mai la luce. La Commissione lo aveva garantito anche nel CETA, così come gli Stati Uniti lo promettevano nel NAFTA. Eppure non è mai stato introdotto.
Inoltre un elemento sostanziale di tutta la riflessione è che non serve un arbitrato di tutela per gli investimenti, soprattutto per due Paesi, come Stati Uniti e Unione Europea, che hanno una giurisprudenza ben funzionante e assolutamente in grado di tutelare gli interessi delle imprese, senza per questo indebolire le tutele e i diritti collettivi. Oltretutto nel pieno rispetto dell’equilibrio dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario)
Oltretutto la riforma dell’ISDS proposta da Malmström richiederebbe tempo per la realizzazione. Un tempo che le parti non sembrano avere, data la fretta con cui tentano di chiudere il negoziato. Ma il cosiddetto “elefante nella stanza” è proprio l’inserimento di una clausola ISDS all’interno di un trattato bilaterale USA-UE: non esistono argomentazioni valide per l’inclusione di un simile meccanismo nel TTIP. Le corti nazionali, infatti, non presentano un livello di compromissione tale da giustificare il ricorso a organismi terzi, né il flusso di investimenti oggi è frenato dalla mancanza di un ISDS. Anzi, la tendenza che si sta affermando è contraria: sono sempre di più gli Stati che rifiutano di siglare accordi contenenti l’ISDS. Addirittura li rescindono, come è accaduto proprio all’Italia nelle scorse settimane, quando è divenuta di dominio pubblico la notizia che il nostro Paese uscirà dal Trattato sulla carta dell’Energia a seguito dei ricorsi da parte delle aziende che avevano investito nel fotovoltaico e beffate dai tagli retroattivi ai sussidi. Un ricorso sacrosanto (data l’infausta scelta promossa dallo Spalma Incentivi) ma che poteva essere comodamente presentato ad una corte nazionale e senza scopo di lucro. L’Italia non è l’unica nazione a fuggire l’ISDS: Indonesia e Sudafrica, per citarne altre due, nel 2014 hanno rescisso accordi bilaterali con Olanda e Germania. Dovranno attendere rispettivamente 16 e 20 anni per cacciare gli investitori di quei Paesi dai loro confini: i trattati sottoscritti, infatti, forniscono massime tutele per le aziende esportatrici. Un obbligo cui non potrà sfuggire nemmeno il nostro Paese, se è vero che l’annullamento dell’Energy Charter Treaty stabilito quest’anno diverrà effettivo solo nel 2035.
Per ultimo, va sottolineato che una revisione strutturale non risolverebbe i problemi perché non andrebbe a toccare le regole che ispirano gli arbitrati. All’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) esiste un tribunale specifico di risoluzione delle controversie, il Dispute Settlement Body (o DSB), a cui si possono rivolgere Governi membri della WTO denunciando altri Paesi membri se sospettati di mettere in campo politiche “distorsive” del mercato.
Ma la giurisprudenza ha mostrato come, sebbene in questo caso non siano gli investitori privati ma gli Stati a riferirsi al DSB (con quindi una forte componente “pubblica”), molto spesso sotto accusa siano finite questioni al limite del diritto di tutela dei consumatori, come il blocco da parte europeo della carne agli ormoni statunitense, che per anni ha imposto all’Unione europea compensazioni commerciali per centinaia di milioni di dollari sottoforma di dazi americani in entrata alle nostre produzioni alimentari. La scelta di tutelare i consumatori europei, insomma, per la WTO è banale “distorsione del mercato”.
E non è neppure vero che cambiando la struttura si assicura il diritto di regolamentazione da parte degli Stati (Right to Regulate): la Provincia canadese dell’Ontario ha dovuto cambiare una legislazione di incentivo alle produzioni rinnovabili (Feed in Tariff) dopo che il Canada è stato deferito davanti al DSB da Giappone, Unione Europea e Stati Uniti per aver favorito forniture e occupazione canadese. Dopotutto, a causa di concetti fondanti della WTO e dei vari trattati di libero scambio (tra cui il TTIP e il TPP) come il “Trattamento Nazionale”, agli Stati non è consentito favorire le proprie economie locali e nazionali rispetto ai mercati globali. Un buon spunto di riflessione per i promotori della cosiddetta “filiera corta”.

Il TTIP è un cavallo da battaglia per gli interessi solo delle grandi case se entra in vigore moriranno piccole imprese, piccoli commerci, i contadini insomma il libero commercio e le regole di libero scambio diventeranno un ricordo:


TTIP: Il documento della Rete Nazionale Genuino Clandestino

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La rete Genuino Clandestino, che raccoglie tutte le principali esperienze di agricoltura contadina e autodeterminazione locale di sovranità alimentare, ha lanciato un documento di posizione dichiarando la sua opposizione alle logiche sottostanti all’Expo2015 e al TTIP. Di seguito il testo

Dalle campagne alle città: i Territori che vogliamo
Siamo “quelli di Genuino Clandestino”, una rete di comunità in lotta
per l’autodeterminazione alimentare e contro la distruzione dei nostri
ambienti di vita. Ci adoperiamo da sempre con le nostre pratiche per
rafforzare le alleanze tra i movimenti rurali e quelli urbani, per
riconnettere città e campagna, per superare le categorie di produttore
e consumatore, per riconvertire i nostri territori basandoci su
autorganizzazione, solidarietà, cooperazione e cura della terra.
Siamo i piccoli produttori di cibo che sfamano il mondo per davvero, e
non possiamo quindi rimanere indifferenti mentre la narrativa tossica di
Expo 2015 _”Nutrire il pianeta – Energia per la vita”_, si impone
pervasiva sui nostri territori. Tentando di appropriarsi delle nostre
pratiche, di cooptare il nostro linguaggio, di comprare il consenso e la
connivenza di tanti, il modello Expo 2015 si impone e devasta, estrae
profitti per pochi dai nostri territori, minaccia il diritto alla terra,
alla casa e al lavoro, compromette il diritto ad autodeterminarci e
determinare il territorio in cui viviamo sottraendoci alle logiche
speculative e finanziarie.

Il modello Expo trova alleati solidi nella filosofia del “buono, pulito
e giusto” di Slow Food, nel marketing narrativo dell’eccellenza della
tradizione italiana di Eataly, nella retorica della sostenibilità di
Coop Italia.  Il modello Expo concretizza appieno le sue pratiche di
cooptazione tramite Expo dei Popoli, una tra le più deprecabili
operazioni di marketing sociale, a cui si sono prestate numerose Ong,
associazioni, reti della società civile italiana e internazionale, con
la giustificazione di voler valorizzare l’opportunità che Expo
rappresenta, ma in realtà nella spesso vana speranza di raschiare
qualche spicciolo.

Ben nascosto dietro la retorica della sostenibilità, del diritto al
cibo per tutte e tutti, della difesa di un cibo buono e sano, il vero
fatto politico di Expo 2015 è rappresentato invece dalle più di 70
multinazionali partner di Expo 2015. C’è spazio per tutti, per nomi
noti come Monsanto, la multinazionale dei semi più contestata dai
piccoli contadini di tutto il mondo, o per Nestlè che con la sua piazza
tematica sull’acqua nega in essenza l’acqua bene comune o addirittura
per Mc Donald’s che nutre il pianeta col pollo fritto; e c’è spazio
anche per nomi meno noti come Mekorot, l’azienda idrica di Israele che,
sottraendo illegalmente acqua dalle falde palestinesi si è macchiata di
gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani.

Il modello Expo concretizza con fermezza quell’attacco alle nostre
società sferzato dalle imprese transnazionali. Esso trova la sua
legittimità politica e normativa nei programmi di deregolamentazione in
corso come il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli
Investimenti (TTIP), che mirano a eliminare barriere normative che
limitino i profitti potenzialmente realizzabili dalle imprese
multinazionali, aggirando normative di protezione ambientale, di tutela
dei diritti dei lavoratori, di protezione della sicurezza alimentare
(incluse le restrizioni per gli OGM) e di regolamentazione sull’uso di
sostanze chimiche tossiche.

Di fronte a tutto questo e alle insidie che esso nasconde rivendichiamo
con le nostre pratiche la ferma opposizione ai
progetti/eventi/iniziative lanciate da EXPO2015 e, in coerenza con
questo, al tentativo rappresentato dal TTIP di consegnare ai promotori
di questo modello il nostro futuro ed i nostri territori.

il pianeta si nutre da solo
No EXPO – No TTIP
La Rete Nazionale Genuino Clandestino

Ognuno di noi ora può dare un contributo per provare a fermare questo ennesimo attentato ai diritti fondamentali degli uomini sull'intero pianeta non dobbiamo assolutamente far passare questo provvedimento iniquo anti umano, non possiamo permetterci il lusso di passare oltre perché saremo comunque noi poi a pagare di persona e il grande Fratello a guadagnare sulla nostra pele e su quella delle future generazioni




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